"In questi anni? Più edilizia che architettura". La pensa così Gabriele Basilico.Nalle foto a fianco - di Luca Battaglia - lo vediamo (si fa per dire) a Londra impegnato in una foto importante: Gabriele Basilico sta realizzando delle foto per Renzo Piano in vista della costruzione della London Town Bridge.Il grande architetto doveva documentare lo stato del quartiere al fine di poter comunicare il senso della sua opera. "Cerano state tante polemiche a partire dalle rimostranze del principe Carlo" ci racconta il celebre fotografo.Nato a Milano nel 1944, architetto di formazione, Basilico inizia a fotografare nei primi anni Settanta. E' ritenuto uno dei maestri della fotografia italiana contemporanea.La forma e l'identità delle città, lo sviluppo delle metropoli, i mutamenti in atto nel paesaggio postindustriale contemporaneo sono da sempre i suoi ambiti di ricerca privilegiati. Su questi temi ha pubblicato oltre sessanta tra libri e cataloghi, partecipando a innumerevoli progetti e committenze pubbliche. Le sue fotografie fanno parte di prestigiose collezioni italiane e internazionali. A Roma è impegnato in una collettiva che fa da evento collaterale alla Festa dell'Architettura, a breve parte una mostra omaggio anche nella sua Milano, che negli anni '70 gli diede fama con un lavoro sulle fabbriche del boom economico lombardo presentato nel 1983 al Padiglione d'Arte Contemporanea.
Lei che è anche architetto, cosa ne pensa del fare architettura oggi? Come molti cittadini sono attento alla architettura. Non possiamo non pensare al territorio che cambia. Ma c'è stata per molto tempo più edilizia che architettura. Tuttavia penso che non si debba avere paura del nuovo o fare resistenza a ciò che sembra ardito. Bisogna anche osare: le cattedrali sono sorte sulle ceneri di altre chiese più antiche è sempre un'occasione di rilancio.
Oggi si parla molto dei non-luoghi del vivere contemporaneo. Cosa sono per lei i non-luoghi? Le periferie deformi dove non c'è rapporto col contesto. Secondo me - però - si usa questa definizione a vanvera. Il libro su Intercity ospita il testo di Marc Augè che l'ha coniata. Ora è trendy usarla come una etichetta, magari senza cogliere il senso vero. La perdita di identità della città sta nei quartieri senza volto, nelle deformazioni del territorio che rendono le città meno riconoscibile.
Un esempio?Sono non-luoghi quegli ipermercati non tanto per ciò che si trova dentro, ma perché nascono nel territorio di un preciso comune ma sono a cavallo di vari comuni ed è questa la rivoluzione: la loro polifunzionalità senza identità o relazione col contesto.
Basilico, tanti premi tanti viaggi intorno al mondo: quale è lo scatto che oggi la farebbe ripartire immediatamente?Non saprei, la mia è una missione esplorativa mai finita dove tutto ciò che incontro diventa mia materia.
Ma...cosa indagherebbe oggi che non ha ancora fatto?Ogni tanto l'impeto mi porterebbe sulle città ferme che non cambiano mai come Cuba che è ancora screpolata e identica a se stessa, potrebbe essere uno spunto. Dopo trent'anni di fotografia urbana e più di 60 libri o si fa una svolta radicale oppure si continua a nutrire l'archivio che reclama nuove immagini e le metabolizza.
A Milano chiude l'agenzia Grazia Neri celebrata al Mart pochi mesi fa. La crisi ha messo in ginocchio il mercato della fotografia. Di chi è la colpa: del digitale, di internet o photo-shop?Accedere alla fotografia di qualità oggi è più facile, penso che bisognerebbe fare lo sforzo di cambiare i sistemi di vendere la fotografia e diversificare. Operazione difficilissima, me ne rendo conto. Penso che il ruolo di un'agenzia non sia finito, forse va solo ridisegnato. Chi fa reportage ne ha bisogno, ma chi come me lavora su progetti specifici normalmente no.
Lei ha registrato le mutazioni del paesaggio anche qui in Trentino. Quale è l'angolo di mondo che si augura non venga mai intaccato dall'uomo?Per essere sincero è un angolo ampiamente violentato dall'uomo: Beirut, città che rappresenta la mia pagina di vita professionale più intensa.
Come si presentò ai suoi occhi?Semi-distrutta. Era il 1991 e la città usciva da una lunga sanguinosa guerra. Ci arrivai con una missione internazionale: eravamo una squadra di fotografi, tutti reporter tranne me. La Fondazione Hariri (che era un costruttore prima di diventare premier n.d.r) chiedeva di raccontare la fine di una guerra un attimo prima della ricostruzione. Fu il lavoro più intenso in assoluto, il più forte.
Il governo francese monitora le trasformazioni del paesaggio. In Italia esistono progetti di questo tipo? Fortunatamente sì. Citerei l'Archivio dello Spazio, un programma decennale indetto dalla Provincia di Milano su 196 comuni del suo territorio che ha consentito negli anni '90 di far sì che il paesaggio diventasse il tema dominante della fotografia artistica.
Sempre parlando di architettura: i Romani furono grandi costruttori, il Rinascimento lo abbiamo fatto noi italiani. Nel 2008 lei ha svolto una ricerca sulla città di Roma. Cosa ne è emerso?Ne è emerso un fiume meraviglioso. L'idea iniziale era attraversare la città usando il Tevere come strada, volevo vedere come cambia la forma della città, ma in realtà Roma è rimasta sullo sfondo: il fiume mi ha fregato ed è diventato protagonista con i suoi circa 30 ponti e i cieli autunnali. Molte persone di Roma hanno visto una capitale del nord-Europa sconosciuta a casa loro. (C.Perer, 2 ottobre 2009)